Salernitana: benedetta e maledetta Serie A

di LUIGI CERCIELLO

“Benedetta maledetta serie A”. È questo il pensiero che invade le menti di molti tifosi e cittadini salernitani visti gli eventi che hanno caratterizzato le due precedenti presenze in massima serie. Era l’anno 1947 quando i granata approdarono per la prima volta in A. Si lotta per la salvezza ed il risultato poteva essere acquisito se non fosse che proprio in quell’anno furono introdotte 4 retrocessioni dovuto al ripescaggio della Triestina per motivi politici. La Salernitana concluderà la stagione a pari punti con il Napoli, ma questi ultimi saranno declassati all’ultimo posto per illecito sportivo, dunque i granata giungeranno quartultimi in classifica ma non basta per restare in Serie A; quart’ultimo posto immeritato a causa di favoritismi arbitrali verso club più potenti e nel caso specifico dei granata, alla Roma venne convalidato un gol viziato da fallo sul portiere, in una partita che vinse 1-0 sulla Salernitana grazie al discutibile giudizio dell’arbitro Vittorio Pera.

Era la mattina del 24 maggio del 1999 quando un vagone occupato da alcuni tifosi della salernitana, di ritorno dall’ultima partita contro il Piacenza prese fuoco all’interno della galleria Santa Lucia, ultimo tratto ferroviario prima di rivedere l’amata Salerno. Nel rogo persero la vita Vincenzo Lioi, di 15 anni, Ciro Alfieri, di 16 anni, Giuseppe Diodato e Simone Vitale, di 23 anni. Venti persone vennero ricoverate per le ferite, mentre due agenti furono intossicati dal fumo dell’incendio. C’è da dire, per amore di verità, che quello fu l’apice e l’epilogo di una serie di comportamenti particolari dei salernitani dovuti alla retrocessione in serie “B”: pagata a carissimo prezzo. In ordine temporale andando a ritroso, la storia granata non è mai stata semplice come ad esempio quando il 28 aprile del 1963 durante Salernitana – Potenza, una invasione di campo da parte dei tifosi inferociti provocò involontariamente la morte del quarantottenne Giuseppe Plaitano ad opera di proiettili vaganti sparati in alto da un poliziotto. Fu il primo tifoso in Italia a perdere la vita in seguito alle violenze negli stadi, triste primato di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Per non parlare poi dei continui alti e bassi “economici” che rischiavano di far sparire la Salernitana dalla categoria delle squadre professioniste cosa che purtroppo è accaduta per ben due volte nell’estate del 2005 e del 2011 (da qui l’inizio dell’era Lotito). Ed arriviamo ad oggi, all’epilogo di un incredibile campionato che ha riportato i granata di Castori in massima serie. Lunedi 10 maggio, la vittoria sul Pescara da il via ai festeggiamenti. Tali non resteranno fino alla fine perché nella serata dello stesso giorno un ragazzo non ancora trentenne vedrà la morte per una distrazione in sella al suo scooter, preso dall’euforia per la vittoria e promozione in seria “A” della sua squadra del cuore. Un epilogo che ha costretto club organizzati e la stessa società gestita da Lotito e Mezzaroma, rimandare i festeggiamenti per ovvi motivi di rispetto e di lutto. No; non si può morire per una partita di calcio. In tanti per le strade s’interrogano sul perché ogni volta una gioia, quella per la Salernitana, vanto ed orgoglio di una città che ha ben poco per cui stare allegra di questi tempi, debba tramutarsi in dolore: un dolore incancellabile che marchia la lunga storia di questo club calcistico ed ancora di più l’antica città di Arechi.

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