Da “abbiamo abolito la povertà” ad abbiamo abolito i 5 stelle

di Luigi Cerciello

In principio era “Uno vale Uno” poi ci fu “Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno” ed infine il “De profundis” del movimento grillesco.

Certo non si poteva pretendere che la retorica demagogica grillesca, spesso ondivaga, potesse reggere in tempi come questi che hanno visto prima una grave crisi sanitaria e poi quelle scaturite dal conflitto russo – ucraino. Sta di fatto che questo epilogo era già nell’aria da molto tempo, fin da quando di fatto Beppe Grillo ha imposto Giuseppe Conte come leader del partito scalciando molti altri, primo fra tutti Di Maio, che bene o male che se ne parli, non era di certo l’ultimo arrivato e ormai con anni di esperienza di partito e di governo. A tutto questo aggiungiamo che parliamo di persone che ormai risiedono abitualmente nei gangli di governo e che dovrebbero tornare ad essere cittadini comuni per la regola del doppio mandato e far posto a nuovi neofiti della politica, (molto spesso più facilmente manovrabili dalle segreterie di partito) ci rendiamo conto come ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in questa regola, indipendentemente dai soggetti.

Se poi infine si vuole usare questa regola per “terminare” politicamente degli avversari e metterli alla porta si comprende meglio il perché di questa scissione prevedibilissima, che solo chi è avulso alla vita di partito e a quella dei corridoi dei palazzi del potere non poteva prevedere.

Di Maio ed i suoi si sono trovati “de imperio” con un nuovo capitano al comando calato (o meglio imposto) dall’alto, non ci prendano in giro con i voti on line, la democrazia di partito è ben altra cosa ed è fatta di congressi, delegati ed urne. Stiamo parlando di donne e uomini con le più varie esperienze governative a trovarsi dalla sera alla mattina dalle stelle alle stalle, esclusi dal sistema decisionale interno, a fine mandato e con la regola del doppio mandato che li destina a rimanere una iconica fotografia con tanto di trafiletto su Wikipedia. Certo Conte ha peccato di ingenuità ed inesperienza, tipica ormai di molti dirigenti di partito nominati dalla sera alla mattina con deleghe fiduciarie (deleghe che nel medesimo modo vengono revocate) o votazioni farlocche dimenticando, o meglio non avendo alcuna idea (non avendo alcuna esperienza di partito e politica) del fatto che il primo baluardo della democrazia della Repubblica risiede proprio nei partiti.

Conte ed il suo “dante causa” Grillo hanno pensato di fare il colpaccio privando Di Maio prima della sua autorità all’interno del partito e poi cercando di intaccarne l’immagine, ma chapeau a Di Maio, questi ha pensato bene (come fece Renzi prima di lui e con meno numeri in Parlamento) di farsi un partito filo governativo (temporaneo a scadenza ed eventualmente rinnovabile) con la ferma volontà di continuare l’esperienza governativa sua e dei sui compagni ben consci che, chi per fine dei due mandati, chi perché ormai inserito nelle liste di proscrizione di Grillo e Conte (ma anche Roberto Fico presidente della Camera, il paladino dei centri sociali, non scherza), non sarebbero stati  ricandidati. Nello stesso tempo hanno assestato anche un duro colpo al movimento 5 stelle (già in crisi d’identità da tempo) e dimostrato l’inadeguatezza dell’attuale leadership grillesca ledendole fortemente la credibilità non solo pubblica ma anche tra gli alleati di area. D’altronde la scusa gli è stata fornita su di un piatto d’argento dallo stesso “Conte Pivello” che con il suo appoggio ondivago al governo di Mario Draghi ed i continui “penultimatum” (fa ridere già solo la parola) a fini elettorali ha dato una scusa ineccepibile, quello del senso di responsabilità che chi sta al governo in questo momento così delicato e difficile deve avere per il bene dell’Italia. Decisamente Di Maio ha dimostrato che “UNO NON VALE UN UNO” ed all’elettorato “Lasciate ogni speranza, voi che entrate” nella cabina elettorale.

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