Risollevare lo Stabia I affondato nel 1979

E’ di Roberto Celano, capogruppo di Forza Italia al Consiglio comunale di Salerno, l’idea di poter “ripescare” lo Stabia I nelle acque del salernitano e trovare soluzione, dopo tantissimi anni, di dignità ai morti in quel tragico giorno. Lo chiede in una lettera indirizzata al sindaco Vincenzo Napoli.

Il 9 gennaio del 1979, oltre 40 anni fa, lo Stabia I affondò davanti al porto di Salerno con un equipaggio composto da tredici marinai. A bordo, purtroppo, morirono dodici di tredici marinai. Quel giorno, in condizioni di mare avverso in pieno inverno, la nove Stabia I fu trascinata dalle onde sugli scogli del porto. Di lì a poco s’inabissò e lì è rimasto ormai da oltre quarant’anni. Da allora non è mai stata presa in considerazione l’idea di recuperare il relitto che divenne la bara dei dodici marinai, tutti compresi tra le province di Napoli e Salerno. Troppo alti i costi, nonostante fosse stato costituito un comitato dei parenti delle vittime. La presenza in questo periodo di una draga che sta eseguendo lavori al porto di Salerno potrebbe, però, essere l’occasione di provare a risollevare lo Stabia I e dare finalmente degna sepoltura ai dodici marinai che sono dentro. Le chiedo, pertanto, di rendersi parte attiva di tale istanza e di provare finalmente a dare degna sepoltura a 12 uomini figli della nostra regione.

LA STORIA

Lo“Stabia Primo”  era una nave da carico –una “carretta del mare” – affondata il 4 gennaio 1979 con a bordo il suo equipaggio composto da 13 uomini. L’equipaggio era composto da uomini delle marinerie torrese e puteolana e da due giovani della nostra Costiera: uno di Amalfi (Guadagno, di origine di Conca dei Marini) e l’altro di Maiori (D’Urso). Tredici in tutto, di cui dodici morti ed un solo sopravvissuto. Nonostante la creazione di un comitato dei parenti delle vittime, non è stato mai disposto il recupero delle salme dei marittimi rimasti imprigionati in quella bara sommersa, come testimonia una proposta di legge di 13 anni più tardi. Da segnalare anche una interrogazione parlamentare presentata al fine di fare chiarezza sulla situazione.

La nave, dopo essere rimasta “alla fonda” dinanzi all’imboccatura del porto di Salerno, con un motore in avaria e con una sola ancora (l’altra l’aveva perdura qualche mese prima), alla fine, trascinata dalle onde, andò a schiantarsi contro la scogliera ad ovest del porto, per inabissarsi a poca distanza dalla riva. Dell’equipaggio si salvò un solo marinaio, sbalzato miracolosamente a terra da un’onda (tale almeno fu la sua discussa versione dei fatti).

Al termine dell’istruttoria, di quella tragedia furono chiamati a rispondere l’armatore della nave (l’amministratore di una inconsistente società a responsabilità limitata) e l’allora comandante del porto di Salerno: il primo per aver fatto circolare per i mari una “carretta” sgangherata, scassata e inaffidabile, il secondo per non averne permesso l’ingresso nel porto di Salerno e per non aver apprestato adeguati soccorsi.

Il relitto non fu mai sollevato dal fondale, perché una simile operazione, giudicata troppo costosa, non fu ritenuta indispensabile per le esigenze istruttorie. Non fu neppure disposto il recupero delle salme dei marittimi rimasti imprigionati in quella bara sommersa.

Il processo di primo grado si concluse con la condanna dell’armatore e l’assoluzione con formula piena del comandante del porto.

Secondo le regole processuali del tempo (era ancora in vigore il codice di procedura penale del 1930) le parti civili non erano legittimate ad impugnare la sentenza: poteva farlo soltanto il pubblico ministero. E a lui ci si rivolse per sollecitarne l’impugnazione, che fu proposta e diffusamente motivata dall’allora sostituto procuratore dr. Claudio Tringali. Anche la Procura Generale insorse con distinto gravame contro l’assoluzione del comandante del porto. La Corte salernitana, pur non accogliendo in pieno le impugnazioni, modificò comunque la formula assolutoria del comandante del porto in “insufficienza di prove”.

A seguito di distinti e contrapposti ricorsi della Procura Generale e della difesa del comandante del porto, la Corte di Cassazione annullò la sentenza di secondo grado e rinviò il processo, per il doveroso riesame, alla Corte d’Appello di Napoli.

Il processo si concluse molti anni dopo senza alcuna rilevante novità sul punto dell’esclusione della responsabilità del comandante del porto.

(fonte: salernocapitalewordpress.com)

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