Il calcio italiano in lacrime: è morto Paolo Rossi, la Gioconda del calcio, il simbolo del Mondiale 1982

di MIRKO CANTARELLA

Un altro pezzo del calcio mondiale ci ha lasciati. Una notizia che ha sconvolto tutto il mondo sportivo. Paolo Rossi è morto a 64 anni sconfitto da un male incurabile nel cuore della notte di Mercoledì 9 dicembre. Fu l’eroe dell’Italia del Mondiale spagnolo del 1982, capace con i suoi gol di battere squadroni di altissimo livello come il Brasile di Zico, l’Argentina di Maradona, la Polonia di Boniek, la Germania di Rumenigge per poi essere ricordato come “Pablito”. Per chi le ha vissute, quelle immagini restano stampate nella mente in modo incancellabile; per quella finale volò a Madrid anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini che ad ogni gol della Nazionale balzò in piedi dalle tribune dello Stadio Santiago Bernabeu non riuscendo a trattenere la sua felicità. Paolo Rossi era il classico attaccante da area di rigore, quel rapinatore di palloni che vedeva la porta; cominciò la sua carriera all’età di nove anni con il Santa Lucia, squadra messa in piedi dal medico della frazione, il dottor Paiar. Al padre Vittorio, ex ala destra del Prato, è dedicato il campo sportivo del Santa Lucia. Poi passò all’Ambrosiana, Cattolica Virtus ed il salto nelle giovanili della Juventus nel 1972, dove i genitori non volevano che andasse, vista l’esperienza poco felice del fratello maggiore Rossano. Rossi ricorda: “Non è stato facile, ai miei genitori non è che l’idea andasse molto. Sono rimasti scottati dall’esperienza di mio fratello, anche lui in bianconero, che dopo un anno è stato rispedito a casa. Mia madre non ne vuole sapere di mandare a Torino un altro figlio così giovane, mio padre consiglia al dottor Nesticò, un dirigente della Cattolica, di sparare una cifra alta, per dissuadere quelli juventini, ma non c’è verso. Italo Allodi viene a casa nostra, fa opera di mediazione e alla fine per quattordici milioni e mezzo faccio la valigia”.  Aveva 16 anni e l’inizio non fu facile anche perché ebbe ben tre operazioni al menisco. Ma nonostante tutto riuscì ad esordire in prima squadra non ancora diciottenne, in Coppa Italia a Cesena il primo maggio 1974. La sua carriera iniziò come ala, ma quando, dopo l’esperienza al Como, passò al Lanerossi Vicenza in serie B, di mister Giovanbattista Fabbri, quello che lui definì un secondo padre, la storia di Pablito cambiò. Lo spostò da ala a centravanti e lo mise subito in campo da titolare. Era la stagione sportiva 1976 – 1977, Rossi vinse la classifica di capocannoniere della B con 21 reti ed il Vicenza fu promosso in Serie A.  Era la squadra del presidente Giuseppe Farina cui Rossi si legò molto in un rapporto di amicizia: “E’ stato un presidente unico, aveva una grande personalità, grande umorismo. Nella gestione della società, poteva essere anche un duro, probabilmente era un presidente d’altri tempi. Secondo me Farina era una spanna sopra gli altri, aveva delle idee innovative. Mi ricordo che il primo anno di Serie A, si era inventato l’abbonamento biennale per farsi anticipare i soldi che gli servivano, aveva queste intuizioni”. Nell’anno successivo la neopromossa squadra biancorossa non cominciò molto bene ma alla fine iniziò un cammino incredibile con Paolo Rossi che inizò a segnare, fece anche due doppiette ai danni di Fiorentina e Roma ed una anche al Perugia ed un gol alla Juventus nella sfida scudetto finita 3-2 per i bianconeri. Il Vicenza concluse quel campionato al secondo posto, con Pablito miglior marcatore dell’anno con 24 gol. La sua prestazione convinse Enzo Bearzot a convocarlo al campionato del mondo 1978 in Argentina. Prima del mondiale Paolo Rossi fu al centro di un clamoroso affare di mercato tra il presidente Farina e Gianpiero Boniperti, numero uno della Juventus. Per la risoluzione della comproprietà del giocatore, infatti, le due società furono costrette ad andare alle buste dove il presidente vicentino richiese una cifra volutamente troppo alta al fine di tenere il giocatore: 2 miliardi e 612 milioni per metà cartellino. Quel prezzo destò scandalo in Italia creando tutta una serie di contrastanti reazioni, anche politiche. Disse Farina: “Mi vergogno, ma non potevo farne a meno. Lo sport è come l’arte, e Paolo è la Gioconda del nostro calcio”. La notizia dell’esito dell’asta fu data da Nando Martellini mentre commentava l’incontro di preparazione ai Mondiali sudamericani tra Italia e Jugoslavia all’Olimpico di Roma. La stagione 1978-1979 fu negativa per Rossi. Subì un nuovo infortunio al ginocchio, colpito duro dal difensore del Dukla Praga, Macela, durante il match d’andata di Coppa UEFA e i suoi 15 gol non bastarono a salvare il Vicenza che retrocesse in Serie B.  Per l’anno successivo si parlò molto di un Rossi al Napoli ma lo stesso calciatore smentì perché ha sempre dichiarato che prima della professione, vaniva in primis la sua vita. Ci pensò molto, perfino Sivori cercò di convincerlo, ma alla fine andò in prestito al Perugia con un accordo biennale da 500 milioni all’anno. Una cifra importante per una provinciale, e li Rossi fu protagonista di un altro spartiacque nel mondo del calcio. Franco D’Attoma, presidente dei grifoni, per avere supporto economico per questa enorme cifra spesa per Rossi, mise in piedi la prima sponsorizzazione di una maglia da calcio. Fu un debutto assoluto poiché mai prima d’allora, in Italia, una divisa da gioco era stata “griffata” da un marchio commerciale. Di stagioni al Perugia però Rossi ne fece solo una segnando ben 13 gol in 28 gare di campionato e 1 rete in 4 partite di Coppa UEFA. Il giocatore arrivò terzo tra i cannonieri della Serie A. Fu poi accusato di aver truccato la partita Avellino-Perugia nella quale firmò tra l’altro una doppietta. Rossi venne squalificato dalla CAF per due anni, perdendo così anche la possibilità di partecipare con la nazionale all’imminente campionato d’Europa 1980 casalingo. “Non sapevo nulla delle scommesse: pensavo al classico pareggio accettato da due squadre che non vogliono farsi male. Seguii il processo come qualcosa di irreale, come se ci fosse un altro al posto mio. Capii che era tutto vero quando tornai a casa e vidi le facce dei miei”.  Raccontò così la vicenda che lo fece condannare: “Dopo cena, mentre sto giocando la solita partita a tombola, tanto per ammazzare il tempo, mi si avvicina il mio compagno Della Martira: “Paolo, vuoi venire un attimo che ci sono due amici che vogliono conoscerti?”. Non sono capace di dire di no. Controvoglia affido le mie cartelle a Ceccarini e mi alzo. Nella hall vedo due tipi che non avevo mai visto, stringo loro la mano: “Piacere”. Non capisco cosa vogliano da me. Improvvisamente Mauro Della Martira dice: “Paolo, questo è un mio amico che gioca alle scommesse”. E l’amico dell’amico in spiccato accento romanesco: “Paolo, che fate domenica?”. Rispondo genericamente: “Beh, cerchiamo di vincere”. “E se invece pareggiate?”. Non capisco dove voglia andare a parare, sono imbarazzato anche se non lo do a vedere. Non vedo l’ora di liberarmi dall’impiccio. Rispondo: “Il pareggio non è un risultato da buttare. L’Avellino ha un punto in meno di noi, ha vinto con la Juve e ha perso soltanto con il Torino”. “Sai, abbiamo un amico dall’altra parte che dice che un pareggio andrebbe più che bene”, aggiunge l’altro… “magari fai anche due gol”. La discussione non mi piace per nulla. Voglio tornare alla mia tombola, queste facce non mi ispirano fiducia, taglio corto: “Mauro, mi aspettano, ci vediamo, fai tu” giusto per non fargli fare brutta figura. E torno al mio posto e riprendo a giocare. Tutto è durato appena due minuti, quelli che diverranno i due minuti più angoscianti della mia carriera”. Dopo quella situazione Rossi voleva abbandonare il calcio e l’Italia, era disgustato per tutto ciò che gli era accaduto. Si dedicò all’abbigliamento sportivo con Gustav Thoeni. Dodici mesi di squalifica da scontare. Sandro Mazzola, dirigente dell’Inter di allora, cercò di portarlo in nerazzurro ma si tirò indietro e così Boniperti questa volta riuscì a portarlo a Torino sponda bianconera nonostante lo stop. “Boniperti mi chiamò: “Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri”. Mi sono sentito di nuovo calciatore. La lettera di convocazione adesso farebbe ridere. Diceva di presentarsi con i capelli corti, indicava cosa mangiare e cosa bere. Boniperti era un mago in queste cose. Quando arrivai mi disse: “Paolo, se ti sposi è meglio, così sei più tranquillo”. Mi sono sposato a settembre. L’avrei fatto lo stesso, diciamo che sono stato un po’ spinto. Comunque devo ringraziare lui, Trapattoni e Bearzot”. Frattanto, in questo periodo di forzata lontananza dal calcio italiano, per Rossi parve profilarsi la possibilità di un approdo nel soccer nordamericano. Sul finire del 1980 scese infatti in campo con i Buffalo Stallions, franchigia statunitense allenata da Adolfo Gori, per un’amichevole preparatoria al locale campionato indoor. Tuttavia tale scenario non si concretizzò, rimanendo questa l’unica apparizione oltreoceano del calciatore. La pena relativa al Totonero terminò nell’aprile 1982 e Rossi fece in tempo a giocare le ultime tre partite di campionato coi realizzando un gol all’Udinese e conquistando così il ventesimo scudetto nella storia del club bianconero. Disse: “Non ricordavo più l’emozione di una partita vera. Due anni di silenzio mi hanno maturato. Proprio in questo momento mi dico: non c’è solo il calcio”. In quel magico 1982 arrivò il titolo di Campione del Mondo e fu insignito del Pallone d’oro, terzo italiano a riuscirci dopo Gianni Rivera e Omar Sívori. Nellos tesso anno andò da Boniperti insieme a Tardelli e Gentile per farsi rinnovare il contratto con un cospicuo aumento. Lo stesso Boniperti rifiutò e questo fu il motivo anche della vendita dei tre calciatori nell’arco del tempo. Nell’annata successiva Rossi contribuì con 13 gol alla conquista di un altro scudetto, nonché al trionfo nella Coppa delle Coppe vinta a Basilea contro il Porto. Nella stagione 1984-1985 arrivarono poi la Supercoppa UEFA e la Coppa dei Campioni, entrambe contro gli inglesi del Liverpool. Dopo questa stagione, stanco del poco utilizzo in campo e dei dissidi con Boniperti, Rossi decise di lasciare, nonostante la Juventus lo volesse confermare e andò al Milan per 5,3 miliardi di lire dove ritrovò il suo vecchio presidente del Vicenza, Giuseppe Farina. Arrivato a Milano nel 1985, Rossi firmò un contratto biennale da 700 milioni l’anno, vestendo la maglia numero 10 che fu di Gianni Rivera. Insieme a Hateley e Virdis formò il tridente d’attacco noto come Vi-Ro-Ha. La stagione rossonera con Nils Liedholm in panchina non fu positiva per Rossi, che saltò per infortunio le prime 10 gare di campionato e trovò la rete solo in 2 occasioni, entrambe nel derby pareggiato 2-2 contro l’Inter. Fu ceduto al Verona in cambio di Giuseppe Galderisi dove disputò la sua ultima annata da professionista segnando solo 4 gol di cui tre su rigore in 20 partite e contribuì alla qualificazione in Coppa UEFA dei gialloblù che terminarono al quarto posto in campionato. Al termine della stagione, preda di problemi alle ginocchia che lo tormentavano sin dagli inizi della carriera, diede l’addio definitivo all’attività agonistica, all’età di trentuno anni, nell’estate 1987.  Tra le altre attività di Rossi si ricorda la carica di presidente onorario del Santa Lucia. Nel 2018 torna al L.R. Vicenza come membro indipendente del consiglio di amministrazione, oltreché ambasciatore del club. Come cantante, ha realizzato nel 1980 un 45 giri, con la canzone “Domenica alle tre”, il cui testo tratta il tema del rapporto tra i calciatori e le proprie compagne. Nel 1999 è stato candidato alle elezioni europee per Alleanza Nazionale, nella circoscrizione Nord-Est. Nel 2000 si candida alla presidenza della Lega Pallavolo Serie A femminile, senza tuttavia essere eletto. Nel 2002 pubblicò la sua autobiografia intitolata Ho fatto piangere il Brasile: “L’ho scritto perché i miei tre gol al Brasile, in quel fantastico, indimenticabile tre a due, sono il fiore all’occhiello della mia vita di calciatore. Un ricordo che non si cancellerebbe neanche a distanza di un milione di anni”. In televisione è stato opinionista per varie emittenti italiane quali Sky Sport, Premium Sport e Rai. Nel 2011 partecipa inoltre a Ballando con le stelle come concorrente. Nel 2012 scrisse il libro 1982. Il mio mitico mondiale insieme a sua moglie Federica Cappelletti, giornalista e scrittrice. Ha contribuito molto all’impegno sociale. Nel 2007, insieme ai ciclisti Matteo Tosatto e Filippo Pozzato, all’avvocato Claudio Pasqualin e a Don Backy, ha preso parte alle registrazioni del disco Voci dal cuore, il cui ricavato è stato devoluto al Progetto Conca d’oro ONLUS di Bassano e all’Associazione bambini cardiopatici del mondo; l’ex attaccante ha cantato la canzone La leva calcistica della classe ’68. Nel 2009 è stato testimonial italiano della FAO per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere fondi in favore della lotta globale contro la fame nel mondo. Nel 2012 è stato testimonial della seconda edizione della manifestazione “Un mese per l’affido”, organizzata allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica ad accogliere temporaneamente nelle loro case bambini e ragazzi in serie difficoltà. Il 16 maggio 2014 ha preso parte al torneo di calcio benefico “Bambini senza confini”, organizzato da don Paolo De Grandi e giocato allo stadio Città di Arezzo, per raccogliere fondi da destinare ai bambini palestinesi. A Vicenza gestiva un’agenzia immobiliare insieme all’ex compagno di squadra Giancarlo Salvi. Possedeva inoltre un complesso agrituristico a Bucine, dove abitava, in località Poggio Cennina. Lascia la moglie, Federica, e tre figli: Sofia Elena, Maria Vittoria e Alessandro. Rossi era un attaccante veloce, molto abile negli spazi stretti dell’area di rigore, dove poteva sfruttare le sue doti di tempismo e opportunismo; Giorgio Tosatti lo definì “un impasto di Nureyev e Manolete, un giocatore con la grazia del ballerino e la spietata freddezza del torero”. Ci mancherai Pablito! (ringrazio la fonte Wikipedia).

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