Plutino: “In Campania i partiti non esistono più. De Luca ha contribuito a trasformare una crisi in una liquefazione”

“Mai nella storia d’Italia era accaduto che padre e figlio sedessero insieme nel parlamento in seduta comune che eleggerà il prossimo Capo dello Stato; mai che ricoprissero insieme posti di notevole rilievo politico nell’organizzazione repubblicana (Presidente di regione e parlamentare), neanche con la famiglia Gava; mai nella storia di un partito strutturato come il nostro e nei suoi un parlamentare alla prima legislatura era divenuto vice-capogruppo senza alcuna pregressa esperienza non dico parlamentare, ma neanche politica; mai si è visto un Presidente di Regione fare campagna elettorale contro il proprio partito, creare e alimentare partiti strutturati concorrenti, sostenere candidati antagonisti addirittura tramite un segretario regionale, come è avvenuto alle ultime elezioni di Benevento, o rallegrarsi del magro risultato del Partito democratico, come è avvenuto alle ultime elezioni napoletane. Un Presidente che invita i cittadini a non dare ascolto al governo e alle forze dell’ordine a dare ascolto alle proprie decisioni, e che impugna temerariamente provvedimenti del governo”. Questa è soltanto una parte – significativa – di una lettera scritta ad Enrico Letta a gennaio, che porta la firma del professore di diritto Marco Plutino, che per anni è stato un attento militante all’interno del Partito democratico della Regione Campania. Un uomo di legge, che ha fatto della giustizia in ogni ambito la sua stella polare. Quella stella polare che probabilmente, in quel giorno, gli ha indicato di “strappare” la tessera del Pd e a prendere una decisione coraggiosa contro un sistema di “potere familiare” in Campania. Ma non solo: dopo aver spiegato le sue ragioni proprio al segretario del Pd, è diventato uno dei promotori della lettera proprio a quest’ultimo contro il terzo mandato dei presidenti di Regione. Un quadro chiaro, quello che vive – a questo punto – il sistema Campania. E Marco Plutino è riuscito a squarciare il velo su quanto molti pensano e (quasi) nessuno dice: “Qui siamo al malcostume politico. Al degrado. Ad un modo di fare politica ben diverso da quello che ho appreso negli anni della gioventù. E che purtroppo esprime in modo plastico la mancanza di attenzione che il partito da decenni riserva al Mezzogiorno e alla formazione e selezione delle sue classi dirigenti, lasciate a dinamiche autoreferenziali, che portano il consenso del partito molto sotto la media nazionale. Senza affrontare in segreteria nazionale e come gruppo dirigente questi nodi con parole nette e decisioni risolute, mettendo da parte le convenienze e i calcoli, ci saranno sempre meno giovani preparati, competenti e appassionati nel nostro partito. Non riesco più a tollerare questa mortificazione del senso autentico della militanza e dell’impegno e non ho più voglia di rendermi corresponsabile, neanche mediante l’esercizio di una funzione critica, di un modo di fare politica e stare in società che non offre né lo stile né le risposte che la cittadinanza merita e attende”.
Professore Marco Plutino, docente universitario, un uomo di diritto ma soprattutto un “pensatore libero”. Alla luce delle ultime vicende che l’hanno riguardata (l’addio al Partito Democratico campano e una lunga lettera ad Enrico Letta, ndr) è la giusta definizione per lei?
“Docente universitario, e di diritto, non posso negare di esserlo. “pensatore libero” non saprei. Mi ritengo una persona libero dotata di un certo senso critico. Fondamentalmente mi vedo come un intellettuale con una forte passione civile”.
Ha criticato tanto il “sistema De Luca” in Regione Campania. A Salerno è diventato famoso – nell’ultimo periodo – proprio il “Sistema Salerno”, in cui i protagonisti ruotano tutti attorno al presidente Vincenzo De Luca e ai figli Piero (deputato dem) e Roberto. Che idea si è fatto sulla questione?
“Sono un garantista e non mi piace parlare delle inchieste in corso. Il giudizio negativo su De Luca è prima di tutto politico. Guai se la politica non coltiva una sua autonomia di giudizio. Pensare che tutto ciò che non è penalmente vietato sia eticamente passibile significa consegnare il giudizio politico alla magistratura o agli storici. Il sistema salernitano ha i limiti proprio di una chiusura su se stesso. Da questo non possono che derivare dei gusti, un andazzo, che può essere, volta a volta, lecito o no. Quando le persone si esprimono in elezioni connotate da voto di opinione, senza mediazioni, come nelle elezioni politiche, Piero De Luca arriva terzo nel collegio salernitano, con il 20%”.
Un esempio lampante degli ultimi giorni è il caso Scabec e dunque la gestione della cultura che viene attenzionata dalla Magistratura e – di fatto – diventa “clientelare”. Lei da “addetto ai lavori” cosa pensa del caso in particolare ma anche della gestione delle società partecipate?
“Credo sinceramente che la gestione delle partecipate sia un punto dolente non solo della Campania. E che le regioni gestiscano troppi soldi e potere. Più specificamente, l’uso clientelare che si fa dei contratti a tempo determinato – una sorta di spoil system di massa – va fermato. L’indicazione di persone in posizione dirigenziale in Scabec, vero cimitero degli elefanti, come anche con Annunziata in IFEL credo che pur rientrando in un legittimo spoil system meriterebbe attenzione della magistratura e della Corte dei Conti: in quel caso ci sono precisi requisiti di professionalità posti dagli Statuti, il cui rispetto andrebbe verificato. Comunque il risultato sono bilanci oscuri e conti fuori controllo. L’emblema delle élite estrattive: estraggono risorse dai territori anziché arricchirli con il loro apporto. E i giovani scappano a gambe levate. Detto questo non sparo a zero sulla necessità di una riorganizzazione. Però se la fa chi ha contribuito allegramente allo sfascio resto perplesso”.
Il suo è stato un gesto simbolico ma molto significativo e coraggioso: “strappando” la tessera del Partito democratico e scrivendo a Letta ha squarciato il velo su una questione importante. Ma secondo lei qual è il rapporto tra De Luca e lo stesso Enrico Letta? Ad oggi, il Pd campano vive in stallo soprattutto dopo l’uscita di scena di Leo Annunziata…
“La ringrazio per la sensibilità che ha avuto nel cogliere un punto. In tre anni nessun dirigente si era pubblicamente lamentato del partito fermo e bloccato, delle intrusioni di De Luca nelle elezioni di Benevento, della mancanza di iniziativa politica e agibilità. L’avevo denunciato dai giornali, ma è stato necessario fare un gesto forte e mettere tutto il mio lavoro di semplice militanza di anni sul piatto per avere una risposta. Avessimo aspettato i dirigenti napoletani e campani Annunziata sarebbe ancora lì a scaldare la sedia. Per venire alla seconda questione credo che il rapporto perverso che è esistito a lungo tra centro e periferia del partito, lo scambio tra consenso congressuale e mani libere sui territori, non funzioni più. Non funziona, comunque, nelle elezioni politiche. Al di là dei rapporti personali tra De Luca e Letta, credo che il Segretario ce l’abbia chiaro. Anche perché quando c’è da fare una battaglia politica nazionale i famosi territori restano fermi e indifferenti. Chiedere a Renzi, ma potrei citare la jus soli o altri esempi”.
Tutti questi movimenti potrebbero lasciar spazio ad un altro “Movimento”? Ovvero ad un eventuale accordo tra dem e i pentastellati?
“Vede, in Campania i partiti non esistono più. De Luca ha contribuito a trasformare una crisi in una liquefazione. Tuttavia ritengo che ai partiti non ci sia alternativa e che i partiti grandi restino il principale veicolo di trasformazione, o di affossamento, di una società, nel nostro caso del Mezzogiorno. Sono un cittadino che prova a dare un contributo argomentato al dibattito, a influenzare dei processi, a stimolare un cambiamento.
Il civismo – che è quasi sempre falso – però ha stufato, come hanno stufato le alleanze “contro” e non “per”. PD e Cinque Stelle da cosa sono uniti? Sarebbe bene chiarirlo perché se poi faranno le desistenze nei collegi non basterà turarsi i nasi. Il “campo largo” deve avere muscoli, nervi e sangue. Se si aprisse un serio confronto programmatico l’aut aut posto al PD da partiti come Italia Viva e Azione sarebbe superato da un fatto nuovo. Altrimenti si rifà l’Unione del 2008, un disastro”.
Ultimo ma non meno importante: lei è tra i promotori di una lettera (firmata anche da altri intellettuali campani) contro il terzo mandato per i presidenti di Regione…
“Un tema non solo istituzionale, ma anche dell’Italia civile. Il terzo mandato è chiaramente illegittimo, direi per limiti immanenti al modello dell’elezione diretta. Non conosco alcun sistema di questo tipo nel mondo democratico che preveda più di due mandati. La legge statale peraltro pone questo divieto esplicitamente. Credo che pertanto sia questa stessa legge ad essere incostituzionale nella parte in cui richiami un qualche ruolo, sia pure semplicemente confermativo, per la legge regionale. Dal ritardo nell’intervento di questa legge e poi da questo ambiguo riferimento nasce l’esperienza che anche attraverso elusioni ha portato ad alcuni terzi mandati. Va detto chiaramente: i sistemi locali e regionali sono squilibrati. Il limite dei mandati è una garanzia posta dall’ordinamento perché le elezioni dirette non producano disfunzionalità né all’interno né all’esterno del luogo di previsione. Devo ringraziare Sales, Spirito, Musi e altri per aver fatto uscire il tema dal dibattito scientifico e averlo posto come una questione di etica pubblica. La petizione è arrivata a 15mila firme. C’è attenzione sul punto anche in altre regioni. Sono fiducioso”.

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